Per migliorare il mondo (leggi Sorridi tu, Sorrido io!) ho chiesto aiuto ad un esperto, ad Alberto De Panfilis (responsabile della formazione interna della FYM e come trainer per la parte di atteggiamento mentale, comunicazione efficace e PNL)
Come potrei descrivere meglio cosa, per me, voglia dire prendersi un impegno se non parlarti di come io stesso stia portando a termine, proprio ora, il mio impegno di scrivere questo articolo. Quando due giorni fa Kosta mi ha chiesto di contribuire al suo progetto per migliorare il mondo, ho deciso immediatamente di accettare la sua proposta e, quindi, di prendermi l’impegno di spiegare, a te che leggi, quello che conosco e che credo possa aiutare chiunque a prendersi un impegno.
Premetto che assumersi un impegno non basta: poi bisogna portarlo a termine! È anche vero che ci sono tanti modi di prendersi un impegno: alcuni di questi sono più utili di altri… nelle prossime righe ti descriverò quello che dal mio punto di vista è il più efficace.
Perché parlare di impegno e non di obiettivo? Ormai di “obiettivi ben formati” se n’è sentito parlare abbastanza, forse fin troppo… mi rendo conto che definire un obiettivo seguendo alcune semplici indicazioni (che comunque ti descriverò in seguito) è utile e ci permette di cominciare col piede giusto, ma bisogna decisamente andare oltre!
Per compiere quel “qualcosa in più che fa la differenza”, quello che ci consente di far evolvere l’obiettivo in “impegno”, occorre prendere consapevolezza dell’intenzione profonda che vi è alla base. È necessario poi che l’impegno preso sia congruente con i nostri valori e aspirazioni, che sia in linea con i bisogni di base che nutriamo (portare a termine l’impegno dovrà soddisfare quei bisogni e non minarne alcuno), che sia a sua volta “ispirato” da qualcosa di importante.
Cominciamo allora ad elencare quelle caratteristiche che spesso si leggono o ascoltano in giro quando si parla di “obiettivi” ben formati (e approfitto per suggerirtene anche qualcuna in più). Subito dopo, trasformeremo il nostro obiettivo in “impegno”.
Perché un obiettivo sia ben formato dovrà essere:
- definito in positivo;
- specifico;
- misurabile (attraverso i 5 sensi);
- definito nel tempo;
- motivante;
- (percepito come) credibile;
- sotto la propria completa respons-abilità;
- ecologico;
- scritto;
- dichiarato.
Definire un obiettivo in positivo vuol dire rivolgere la propria attenzione a “quello che vogliamo ottenere”. Molte volte, durante le sessioni individuali o i corsi che tengo, mi confronto con persone indaffarate ad individuare soltanto quello che non vogliono più sperimentare. Avendo frequentato una scuola navale militare, mi viene sempre in mente una metafora marinaresca: è come se ci mettessimo al timone della nostra barca, sapendo perfettamente di voler lasciare il molo nel quale ci troviamo in questo momento, senza però aver stabilito la nostra meta… potrà capitarci casualmente di raggiungere un porto gradito, ma potrà anche accadere di ritrovarci dove non ci saremmo mai augurati di arrivare. Tra l’altro, durante il viaggio, rischieremmo di avvertire la netta sensazione di vagare senza meta, cominciando magari a dubitare della nostre capacità di timonieri.
Essere specifici nel definire i dettagli di quello che vogliamo diventa essenziale, dal momento in cui rimanere sul vago significherebbe lasciare aperte molte, troppe porte ad eventuali autosabotaggi: l’accontentarsi potrebbe esserne una versione. Diverso è se il nostro obiettivo assume una forma specifica che escluda la possibilità di andare verso un suo surrogato.
A questo punto, dal momento in cui stiamo delineando i contorni e i dettagli del nostro obiettivo, facciamo in modo che questi possano essere misurabili attraverso i cinque sensi. Dovremo essere in grado, in ogni momento, di sapere se abbiamo o meno raggiunto il nostro obiettivo, senza margini di interpretazione personali (anche perché altrimenti non si chiamerebbe “obiettivo”, giusto?). Cosa dovremo vedere, sentire, percepire per comprendere che abbiamo raggiunto il nostro obiettivo? Facciamo un esempio: porsi l’obiettivo di “diventare più focalizzati” non ci consente di stabilire dei parametri ben precisi che potremo in ogni momento consultare per capire se abbiamo raggiunto l’obiettivo o meno. Piuttosto dichiareremo di voler “rimanere concentrati per 50 minuti consecutivi sul nostro lavoro, interrompere con 10 minuti di pausa e poi riprendere con altri 50 minuti; durante i 50 minuti i nostri occhi rimangono ben focalizzati sulle informazioni, che abbiamo la chiara sensazione di comprendere, confermata dal fatto che portiamo a termine le mansioni alla quali lavoriamo”.
Adesso ci rimane da definire nel tempo quello che vogliamo ottenere, in modo da avere un termine entro il quale controllare (attraverso i sensi, ricordi?) se abbiamo realizzato quello che avevamo stabilito. Un’ulteriore indicazione da tenere in considerazione è di stabilire delle tappe temporali intermedie, nel caso in cui il termine ultimo fosse distante nel tempo. Tornando ad una metafora nautica, questo ci consentirà di non accorgerci soltanto all’ultimo momento di un eventuale scarroccio o deriva; monitorando il nostro percorso con una certa frequenza potremo apportare eventuali correzioni alla rotta.
Arrivati a questo punto, sinceriamoci che il nostro obiettivo sia motivante e credibile. Vorresti mai impegnarti a procedere verso la tua meta sapendo che al termine del cammino avrai fatto un passo lungo un solo millimetro? Probabilmente il gioco non varrebbe la candela. Per questo motivo, fai in modo che l’obiettivo sia capace di motivarti davvero: raggiungerlo vorrà dire compiere un bel salto di qualità. Al contempo, stabilisci un obiettivo credibile, altrimenti potresti “rinunciare” (anche solo inconsciamente) in partenza.
È importante poi che tu possa avere la completa responsabilità del percorso e della meta: prefiggersi di vincere la lotteria, pur essendo un obiettivo che risponde a tutti i punti che abbiamo finora descritto, non cade nella nostra sfera di responsabilità. Potremmo sì comprare qualche biglietto, ma di certo non controllare l’estrazione.
Fai un controllo ecologico sull’obiettivo. Immagina cioè di aver raggiunto quello che hai scelto come target e chiediti se per il sistema nel quale vivi questo possa in qualche modo rappresentare uno svantaggio. È importante lasciare almeno invariata la situazione generale nostra e delle persone per noi importanti, altrimenti rischieremmo di incappare in autosabotaggi e meccanismi inconsci che ci allontanano da quello che desideriamo.
Ci siamo: scrivi il tuo obiettivo (in modo da avere una sorta di contratto scritto con te stesso e mettere in moto tutte quelle aree cerebrali che non sarebbero coinvolte soltanto pensando all’obiettivo) e dichiaralo. Il famoso “public commitment” (l’impegno pubblico), soprattutto se rivolto alle persone che hanno un forte ascendente su di te, ti aiuterà a mantener fede al tuo impegno. Dichiara i tuoi intenti, fallo in modo specifico ed inequivocabile e mettiti consapevolmente in una situazione “scomoda”.
Questo è il primo passo verso la trasformazione del semplice obiettivo, in IMPEGNO.
Cambiamo livello, o meglio, saliamo di livello . Qual è l’intenzione più profonda che sta alla base del tuo impegno? Chiediti: “È coerente con la mia scala di valori? Augurerei al mio bambino interiore di raggiungere questo obiettivo?” (per bambino interiore personalmente considero me stesso a tre anni: ho in mente una fotografia di quando sorridevo gioioso all’obiettivo).
E poi, tenendo a mente i 6 bisogni umani (quattro quelli di base: sicurezza, varietà, importanza e unione/amore; due quelli superiori: crescere e contribuire) chiediti: “Impegnarmi a raggiungere il mio obiettivo ed arrivare a goderne, mi permetterà di aumentare il livello di soddisfazione dei miei bisogni?”. Se ad esempio una persona decidesse di impegnarsi a recuperare la sua forma fisica, scegliendo di seguire un percorso noioso, pieno di privazioni e sacrifici, potrebbe rischiare di percepire compromesso il proprio bisogno di varietà. Fai in modo da rendere il tuo impegno “nutriente”: i tuoi bisogni, quelli di base e quelli superiori, verranno soddisfatti dal tuo lavoro e questo ti garantirà una motivazione automatica e costante.
Per chiudere il cerchio, con un bel fiocco colorato , allinea il tuo impegno con uno “scopo superiore”, qualcosa che vada al di là dell’obiettivo in sé. Se volessi prenderti un impegno riguardante la tua sfera professionale, per esempio, potresti legarlo anche a tutti i benefici che riuscirai a regalare alle persone per te importanti e che ti stanno attorno (andando quindi oltre l’obiettivo in sé): garantirai una condizione migliore alla tua famiglia e vivrai più serenamente i tuoi rapporti.
Adesso non mi resta altro che augurarti un… buon impegno!
Alberto De Panfilis
(responsabile della formazione interna della FYM e come trainer per la parte di atteggiamento mentale, comunicazione efficace e PNL)
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